La destra celebra la marcia su Fiume. Contromanifestazione antifascista
Marinella Salvi, TRIESTE, 12.09.2019 , “Il Manifesto”
Trieste. Tra Monfalcone e Ronchi sfilano anche i labari degli Arditi e della X Mas
Proprio nella centralissima Piazza della Borsa e proprio il 12 settembre: la destra di governo triestina l’aveva promesso e la statua di D’Annunzio ci sarà. «Celebriamo D’Annunzio in una doppia veste, quella di insigne letterato e per un atto rimasto nella storia, essere arrivato a Fiume, ma soprattutto per la Carta del Carnaro, atto illuminante che prospettava una civiltà del futuro» dice orgoglioso l’assessore alla cultura Giorgio Rossi.
A sentire le reazioni e a leggere i commenti online i triestini non sembrano così contenti: la statua dedicata al «Vate» è ormai comunemente appellata statua del «Vater» e, una cosa tira l’altra, in tanti l’immaginano luogo degno dove far sostare il proprio cane. Commenti così tranchant che Il Piccolo ha dovuto cancellarne decine. Ma il D’Annunzio bronzeo in piazza ci sarà, nonostante le proteste, le raccolte di firme, gli appelli.
Comunque il clou del centenario della marcia su Fiume si celebra tra Monfalcone e Ronchi dei Legionari. Cerimonia solenne a San Polo presso il monumento dedicato all’impresa, proprio sulla linea di confine tra i due comuni perché nessuno qui lo voleva: sfilata di militari e di automezzi d’epoca, autorità civili e militari, sindaci anche dal Veneto leghista e, come sempre in questi casi, i labari degli Arditi e della X Mas. Esattamente a venti metri dal cippo dell’Aned che ricorda i deportati nei lager nazifascisti, ma tant’è.
Concentramento antifascista, invece, nella piazza di Ronchi. Il Sindaco Livio Vecchiet (centro-destra) se la prende con l’Anpi che, dopo avere inutilmente chiesto che non si autorizzassero celebrazioni così provocatoriamente nostalgiche, ha promosso la contro-manifestazione: «Purtroppo anche all’interno dell’Anpi i soci stanno invecchiando e in questa situazione di difficile ricambio generazionale sia le sezioni locali sia quelle nazionali dovrebbero evitare di farsi coinvolgere e trascinare in attività fuorvianti, frutto di interpretazioni di avvenimenti storici generate da derive culturali di pochi pseudo intellettuali». Non si è accorto, evidentemente, che gli pseudo intellettuali cui pensa sono invece parecchi e, soprattutto, non fanno propaganda ma ricerca storica documentata.
Non gli hanno detto, evidentemente, che il discorso finale della contromanifestazione sarà tenuto da un giovane poco più che trentenne, responsabile provinciale e membro del Comitato nazionale dell’Anpi. Patrik Zulian prepara il suo intervento e mescola alla rabbia un po’ di amarezza: «Siamo ancora qua, a subire le stesse provocazioni, a dover rispondere al revisionismo, a un’idea malata di patria».
Povera Ronchi… Nel 1915 i ronchesi erano stati trasferiti in Stiria, lontano dal terribile fronte dell’Isonzo e dai bombardamenti italiani; al ritorno avevano trovato un’altra patria, l’epidemia di febbre spagnola e il paese distrutto. Tra queste macerie furono alloggiati i Granatieri di Sardegna respinti oltre la linea di armistizio e con loro D’Annunzio partì per occupare Fiume. Nessun ronchese partecipò all’impresa.
Da Ronchi (ormai «dei Legionari» per decreto fascistissimo), invece, partirono in molti il 9 settembre del 1943, quando si formò la Brigata Proletaria che combatté a Gorizia nei 15 giorni della prima battaglia della resistenza italiana, e poi ancora nel Collio e sul Carso. Ronchi, medaglia d’argento al valor militare, non ha dato a D’Annunzio nemmeno un legionario ma ha dato alla Patria e alla democrazia 147 partigiani uccisi. E questo vuole essere la piazza di Ronchi: un 12 settembre contro la strumentalizzazione della storia.
Il revanscismo avanza. Le nostre date civili sono e restano altre, l’8 settembre del ’43 e il 25 aprile del ’45 (aggiungerei anche il 2 giugno del ’46). E che operazioni come quella messa in essere dall’amministrazione triestina con la volenterosa complicità del Vittoriale degli Italiani, sono culturalmente sbagliate e politicamente inquietanti
E dunque il revanscismo avanza. Oggi 12 settembre, alle ore 12, a Trieste
verrà inaugurata la contestata statua a D’Annunzio, nel centenario esatto
dell’ingresso di Gabriele d’Annunzio a Fiume, alla testa di una banda di
coloro che poi vennero chiamati «legionari». La Fondazione del Vittoriale
degli Italiani, sotto la presidenza di Giordano Bruno Guerri, in accordo con
l’amministrazione di destra della città di Trieste, incuranti delle proteste
sono andati avanti.
Il connubio tra giornalisti con il vizio della storia e amministratori con il
vizio della politica, gli uni e gli altri sotto le insegne della
mistificazione e della banalizzazione, segnano un altro punto a favore del
revisionismo.
ABBIAMO GIÀ PARLATO sul manifesto della mostra inaugurata qualche tempo fa, sempre sotto l’ovvia direzione di Guerri, che in quella occasione si era esibito in una cabarettistica conferenza pseudostorica.
La «storia» piace così, a certi amministratori. I quali, peraltro, non esitano a servirsi dello studioso di turno, meglio se si tratti di un dilettante, più che un professionista della ricerca, per portare acqua al mulino delle «ricadute turistiche» sui propri feudi. Il turismo, il commercio, conta almeno quanto, se non di più dell’ideologia. Che viene opportunamente conformata, per giustificare spese folli, iniziative culturalmente claudicanti, imprese politicamente pericolose come questo ritorno di fiamma per il dannunzianesimo politico. Gli amministratori triestini hanno un bell’insistere sul D’Annunzio letterato, ma celebrano l’ideologo, e se glielo si fa notare, replicano identificando l’avventura fiumana, vera chiave d’accesso all’eversione fascista di tre anni più tardi, nel carattere progressivo della Carta del Carnaro, ossia la Costituzione elaborata sostanzialmente da Alceste De Ambris, una interessante figura di anarco-sindacalista per Fiume (poi morto in esilio in Francia da antifascista), un confuso documento, peraltro mai reso concreto, tanto più che furono i nazionalisti, guidati da Giovanni Giuriati, a diventare gli sponsor della Fiume dannunziana, emarginando la componente anarcosindacalista.
PURTROPPO LA STORIA, nelle mani di amministratori e di mestieranti, può diventare un oggetto pericoloso. In una intervista al giornalista Stefano Lusa, l’assessore alla Cultura di Trieste riesce a fornire una serie di grottesche strampalerie, con un D’Annunzio campione liberale, maestro della libertà di pensiero, e Fiume faro che getta la sua luce rivoluzionaria sull’avvenire, sotto il segno dell’uguaglianza.
Una rivoluzione che «non tagliava le teste», «come quelle che si sono sviluppate dopo», bensì una rivoluzione «del pensiero e della cultura». E la Carta del Carnaro (che sarebbe stata una delle fonti di Giuseppe Bottai, nel 1927, per la sua Carta del lavoro!), diventa «un documento avveniristico», e ancora, «un atto illuminante che prospettava una civiltà del futuro».
E, dulcis in fundo, scopriamo che D’Annunzio è stato «un precursore di quello che dovrebbe essere un mondo migliore, una civiltà migliore, una democrazia migliore».
PER FORTUNA DELLA VERITÀ storica e della decenza politica non tutti si sono bevuti a Trieste queste favole, e in contemporanea all’inaugurazione della scultura, a Ronchi dei Legionari (che è stato già ribattezzata come Ronchi dei Partigiani!) hanno organizzato una contromanifestazione, ribadendo le ragioni del No, anche in concordanza con le reiterate prese di posizione del sindaco di Rijeka (Fiume), Vojko Obersnel, che invano ha protestato contro l’ondata di stolto revanscismo dalmata-giuliano. Nel documento diffuso dai gruppi triestini di «Resistenza storica» si ricorda il lascito nazionalista dannunziano-fiumano, che fu una delle grandi matrici del fascismo, persino, va detto, al di là del confuso pensiero politico del «Vate». La violenta «snazionalizzazione» di terre slave, la persecuzione della popolazione indigena, che avrebbe preparato gli orrori dell’occupazione della Jugoslavia nella Seconda guerra mondiale, e così via- E si ricorda che certamente il 12 settembre del ’19 non richiama una data da festeggiare, tutt’altro.
LE NOSTRE DATE CIVILI sono e restano altre, l’8 settembre del ’43 e il 25 aprile del ’45 (aggiungerei anche il 2 giugno del ’46). E che operazioni come quella messa in essere dall’amministrazione triestina con la volenterosa complicità del Vittoriale degli Italiani, sono culturalmente sbagliate e politicamente inquietanti.
Forse gli storici di mestiere qualche domanda dovrebbero porsela, sulla loro scarsa e lenta reattività rispetto all’uso e soprattutto all’abuso pubblico della storia, che produce mostricciattoli (in ogni senso) come la mostra su Fiume e il monumento a D’Annunzio.
O vogliamo aspettare inerti il prossimo passo? Magari la celebrazione del 28 ottobre 1922, quando un’altra marcia, quella su Roma, modellata sull’esempio dannunziano, portò al potere un certo Mussolini…